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    Paradiso

    Page 38
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      57

      o difesa di Dio, perché pur giaci?

      Del sangue nostro Caorsini e Guaschi →

      s’apparecchian di bere: o buon principio,

      60

      a che vil fine convien che tu caschi!

      Ma l’alta provedenza, che con Scipio →

      difese a Roma la gloria del mondo,

      63

      soccorrà tosto, sì com’ io concipio;

      e tu, figliuol, che per lo mortal pondo →

      ancor giù tornerai, apri la bocca,

      66

      e non asconder quel ch’io non ascondo.”

      Sì come di vapor gelati fiocca →

      in giuso l’aere nostro, quando ’l corno

      69

      de la capra del ciel col sol si tocca,

      in sù vid’ io così l’etera addorno →

      farsi e fioccar di vapor trïunfanti →

      72

      che fatto avien con noi quivi soggiorno.

      Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, →

      e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,

      75

      li tolse il trapassar del più avanti.

      Onde la donna, che mi vide assolto →

      de l’attendere in sù, mi disse: “Adima

      78

      il viso e guarda come tu se’ vòlto.”

      Da l’ora ch’ïo avea guardato prima → →

      i’ vidi mosso me per tutto l’arco

      81

      che fa dal mezzo al fine il primo clima;

      sì ch’io vedea di là da Gade il varco →

      folle d’Ulisse, e di qua presso il lito →

      84

      nel qual si fece Europa dolce carco.

      E più mi fora discoverto il sito →

      di questa aiuola; ma ’l sol procedea →

      87

      sotto i mie’ piedi un segno e più partito.

      La mente innamorata, che donnea →

      con la mia donna sempre, di ridure

      90

      ad essa li occhi più che mai ardea;

      e se natura o arte fé pasture

      da pigliare occhi, per aver la mente,

      93

      in carne umana o ne le sue pitture,

      tutte adunate, parrebber nïente

      ver’ lo piacer divin che mi refulse,

      96

      quando mi volsi al suo viso ridente.

      E la virtù che lo sguardo m’indulse,

      del bel nido di Leda mi divelse →

      99

      e nel ciel velocissimo m’impulse.

      Le parti sue vivissime ed eccelse → →

      si uniforme son, ch’i’ non so dire

      102

      qual Bëatrice per loco mi scelse.

      Ma ella, che vedëa ’l mio disire, →

      incominciò, ridendo tanto lieta,

      105

      che Dio parea nel suo volto gioire:

      “La natura del mondo, che quïeta →

      il mezzo e tutto l’altro intorno move, →

      108

      quinci comincia come da sua meta;

      e questo cielo non ha altro dove →

      che la mente divina, in che s’accende

      111

      l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.

      Luce e amor d’un cerchio lui comprende,

      sì come questo li altri; e quel precinto

      114

      colui che ’l cinge solamente intende.

      Non è suo moto per altro distinto, →

      ma li altri son mensurati da questo,

      117

      sì come diece da mezzo e da quinto;

      e come il tempo tegna in cotal testo

      le sue radici e ne li altri le fronde,

      120

      omai a te può esser manifesto.

      Oh cupidigia, che i mortali affonde →

      sì sotto te, che nessuno ha podere

      123

      di trarre li occhi fuor de le tue onde!

      Ben fiorisce ne li uomini il volere;

      ma la pioggia continüa converte

      126

      in bozzacchioni le sosine vere. →

      Fede e innocenza son reperte →

      solo ne’ parvoletti; poi ciascuna

      129

      pria fugge che le guance sian coperte.

      Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, → →

      che poi divora, con la lingua sciolta,

      132

      qualunque cibo per qualunque luna;

      e tal, balbuzïendo, ama e ascolta

      la madre sua, che, con loquela intera,

      135

      disïa poi di vederla sepolta.

      Così si fa la pelle bianca nera →

      nel primo aspetto de la bella figlia

      138

      di quel ch’apporta mane e lascia sera.

      Tu, perché non ti facci maraviglia, →

      pensa che ’n terra non è chi governi;

      141

      onde sì svïa l’umana famiglia.

      Ma prima che gennaio tutto si sverni → →

      per la centesma ch’è là giù negletta,

      144

      raggeran sì questi cerchi superni, →

      che la fortuna che tanto s’aspetta, →

      le poppe volgerà u’ son le prore, →

      sì che la classe correrà diretta;

      148

      e vero frutto verrà dopo ’l fiore.” →

      PARADISO XXVIII

      Poscia che ’ncontro a la vita presente →

      d’i miseri mortali aperse ’l vero →

      3

      quella che ’mparadisa la mia mente, →

      come in lo specchio fiamma di doppiero → →

      vede colui che se n’alluma retro,

      6

      prima che l’abbia in vista o in pensiero,

      e sé rivolge per veder se ’l vetro

      li dice il vero, e vede ch’el s’accorda →

      9

      con esso come nota con suo metro;

      così la mia memoria si ricorda →

      ch’io feci riguardando ne’ belli occhi

      12

      onde a pigliarmi fece Amor la corda. →

      E com’ io mi rivolsi e furon tocchi →

      li miei da ciò che pare in quel volume, →

      15

      quandunque nel suo giro ben s’adocchi, →

      un punto vidi che raggiava lume →

      acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca

      18

      chiuder conviensi per lo forte acume;

      e quale stella par quinci più poca,

      parrebbe luna, locata con esso

      21

      come stella con stella si collòca.

      Forse cotanto quanto pare appresso → →

      alo cigner la luce che ’l dipigne

      24

      quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,

      distante intorno al punto un cerchio d’igne →

      si girava sì ratto, ch’avria vinto

      27

      quel moto che più tosto il mondo cigne; →

      e questo era d’un altro circumcinto, →

      e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,

      30

      dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

      Sopra seguiva il settimo sì sparto →

      già di larghezza, che ’l messo di Iuno

      33

      intero a contenerlo sarebbe arto.

      Così l’ottavo e ’l nono; e ciascheduno →

      più tardo si movea, secondo ch’era

      36

      in numero distante più da l’uno;

      e quello avea la fiamma più sincera →

      cui men distava la favilla pura,

      39

      credo, però che più di lei s’invera.

      La donna mia, che mi vedëa in cura

      forte sospeso, disse: “Da quel punto → →

      42

      depende il cielo e tutta la natura.

      Mira quel cerchio che più li è congiunto; →

     
    e sappi che ’l suo muovere è sì tosto

      45

      per l’affocato amore ond’ elli è punto.”

      E io a lei: “Se ’l mondo fosse posto →

      con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,

      48

      sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;

      ma nel mondo sensibile si puote

      veder le volte tanto più divine,

      51

      quant’ elle son dal centro più remote.

      Onde, se ’l mio disir dee aver fine →

      in questo miro e angelico templo

      54

      che solo amore e luce ha per confine,

      udir convienmi ancor come l’essemplo →

      e l’essemplare non vanno d’un modo,

      57

      ché io per me indarno a ciò contemplo.”

      “Se li tuoi diti non sono a tal nodo →

      sufficïenti, non è maraviglia:

      60

      tanto, per non tentare, è fatto sodo!”

      Così la donna mia; poi disse: “Piglia

      quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;

      63

      e intorno da esso t’assottiglia.

      Li cerchi corporai sono ampi e arti →

      secondo il più e ’l men de la virtute

      66

      che si distende per tutte lor parti.

      Maggior bontà vuol far maggior salute;

      maggior salute maggior corpo cape,

      69

      s’elli ha le parti igualmente compiute.

      Dunque costui che tutto quanto rape

      l’altro universo seco, corrisponde

      72

      al cerchio che più ama e che più sape: →

      per che, se tu a la virtù circonde

      la tua misura, non a la parvenza

      75

      de le sustanze che t’appaion tonde,

      tu vederai mirabil consequenza

      di maggio a più e di minore a meno,

      78

      in ciascun cielo, a süa intelligenza.”

      Come rimane splendido e sereno →

      l’emisperio de l’aere, quando soffia

      81

      Borea da quella guancia ond’ è più leno,

      per che si purga e risolve la roffia

      che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride

      84

      con le bellezze d’ogne sua paroffia;

      così fec’ïo, poi che mi provide

      la donna mia del suo risponder chiaro,

      87

      e come stella in cielo il ver si vide. →

      E poi che le parole sue restaro, →

      non altrimenti ferro disfavilla

      90

      che bolle, come i cerchi sfavillaro.

      L’incendio suo seguiva ogne scintilla; →

      ed eran tante, che ’l numero loro

      93

      più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.

      Io sentiva osannar di coro in coro →

      al punto fisso che li tiene a li ubi, →

      96

      e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.

      E quella che vedëa i pensier dubi →

      ne la mia mente, disse: “I cerchi primi →

      99

      t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.

      Così veloci seguono i suoi vimi,

      per somigliarsi al punto quanto ponno;

      102

      e posson quanto a veder son soblimi.

      Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, → →

      si chiaman Troni del divino aspetto, →

      105

      per che ’l primo ternaro terminonno; →

      e dei saper che tutti hanno diletto →

      quanto la sua veduta si profonda

      108

      nel vero in che si queta ogne intelletto.

      Quinci si può veder come si fonda →

      l’esser beato ne l’atto che vede,

      111

      non in quel ch’ama, che poscia seconda;

      e del vedere è misura mercede, →

      che grazia partorisce e buona voglia:

      114

      così di grado in grado si procede.

      L’altro ternaro, che così germoglia → →

      in questa primavera sempiterna →

      117

      che notturno Arïete non dispoglia,

      perpetüalemente ‘Osanna’ sberna → →

      con tre melode, che suonano in tree

      120

      ordini di letizia onde s’interna.

      In essa gerarcia son l’altre dee: →

      prima Dominazioni, e poi Virtudi;

      123

      l’ordine terzo di Podestadi èe.

      Poscia ne’ due penultimi tripudi →

      Principati e Arcangeli si girano;

      126

      l’ultimo è d’Angelici ludi.

      Questi ordini di sù tutti s’ammirano, →

      e di giù vincon sì, che verso Dio →

      129

      tutti tirati sono e tutti tirano.

      E Dïonisio con tanto disio →

      a contemplar questi ordini si mise, →

      132

      che li nomò e distinse com’ io.

      Ma Gregorio da lui poi si divise; →

      onde, sì tosto come li occhi aperse

      135

      in questo ciel, di sé medesmo rise. →

      E se tanto secreto ver proferse →

      mortale in terra, non voglio ch’ammiri:

      ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse

      139

      con altro assai del ver di questi giri.”

      PARADISO XXIX

      Quando ambedue li figli di Latona, → → →

      coperti del Montone e de la Libra,

      3

      fanno de l’orizzonte insieme zona,

      quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra →

      infin che l’uno e l’altro da quel cinto,

      6

      cambiando l’emisperio, si dilibra,

      tanto, col volto di riso dipinto, →

      si tacque Bëatrice, riguardando

      9

      fiso nel punto che m’avëa vinto. →

      Poi cominciò: “Io dico, e non dimando, →

      quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto

      12

      là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.

      Non per aver a sé di bene acquisto, →

      ch’esser non può, ma perché suo splendore

      15

      potesse, risplendendo, dir ‘Subsisto,’ →

      in sua etternità di tempo fore,

      fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, →

      18

      s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.

      Né prima quasi torpente si giacque; →

      ché né prima né poscia procedette

      21

      lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.

      Forma e materia, congiunte e purette, → →

      usciro ad esser che non avia fallo,

      24

      come d’arco tricordo tre saette.

      E come in vetro, in ambra o in cristallo →

      raggio resplende sì, che dal venire →

      27

      a l’esser tutto non è intervallo,

      così ’l triforme effetto del suo sire

      ne l’esser suo raggiò insieme tutto

      30

      sanza distinzïone in essordire.

      Concreato fu ordine e costrutto → →

      a le sustanze; e quelle furon cima

      33

      nel mondo in che puro atto fu produtto;

      pura potenza tenne la parte ima;

      nel mezzo strinse potenza con atto

      36

      tal vime, che già mai non si divima.

      Ieronimo vi scrisse lungo tratto →

      di secoli de li angeli creati

      39

      anzi che l’altro mondo fosse fatto;

      ma questo vero è scritto in molti lati

      da li scr
    ittor de lo Spirito Santo,

      42

      e tu te n’avvedrai se bene agguati;

      e anche la ragione il vede alquanto, →

      che non concederebbe che ’ motori

      45

      sanza sua perfezion fosser cotanto.

      Or sai tu dove e quando questi amori → →

      furon creati e come: sì che spenti

      48

      nel tuo disïo già son tre ardori.

      Né giugneriesi, numerando, al venti →

      sì tosto, come de li angeli parte →

      51

      turbò il suggetto d’i vostri alimenti. →

      L’altra rimase, e cominciò quest’ arte →

      che tu discerni, con tanto diletto,

      54

      che mai da circüir non si diparte.

      Principio del cader fu il maladetto

      superbir di colui che tu vedesti

      57

      da tutti i pesi del mondo costretto.

      Quelli che vedi qui furon modesti →

      a riconoscer sé da la bontate

      60

      che li avea fatti a tanto intender presti:

      per che le viste lor furo essaltate →

      con grazia illuminante e con lor merto,

      63

      sì c’hanno ferma e piena volontate;

      e non voglio che dubbi, ma sia certo, →

      che ricever la grazia è meritorio →

      66

      secondo che l’affetto l’è aperto.

      Omai dintorno a questo consistorio

      puoi contemplare assai, se le parole

      69

      mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.

      Ma perché ’n terra per le vostre scole → → →

      si legge che l’angelica natura

     


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