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    Paradiso

    Page 37
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      Questo conforto del foco secondo →

      mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti →

      39

      che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.

      “Poi che per grazia vuol che tu t’affronti →

      lo nostro Imperadore, anzi la morte,

      42

      ne l’aula più secreta co’ suoi conti,

      sì che, veduto il ver di questa corte,

      la spene, che là giù bene innamora,

      45

      in te e in altrui di ciò conforte,

      dì quel ch’ell’ è, dì come se ne ’nfiora →

      la mente tua, e dì onde a te venne.”

      48

      Così seguì ’l secondo lume ancora.

      E quella pïa che guidò le penne →

      de le mie ali a così alto volo,

      51

      a la risposta così mi prevenne:

      “La Chiesa militante alcun figliuolo →

      non ha con più speranza, com’ è scritto

      54

      nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

      però li è conceduto che d’Egitto

      vegna in Ierusalemme per vedere,

      57

      anzi che ’l militar li sia prescritto.

      Li altri due punti, che non per sapere →

      son dimandati, ma perch’ ei rapporti

      60

      quanto questa virtù t’è in piacere,

      a lui lasc’ io, ché non li saran forti

      né di iattanza; ed elli a ciò risponda,

      63

      e la grazia di Dio ciò li comporti.”

      Come discente ch’a dottor seconda

      pronto e libente in quel ch’elli è esperto,

      66

      perché la sua bontà si disasconda,

      “Spene,” diss’ io, “è uno attender certo →

      de la gloria futura, il qual produce

      69

      grazia divina e precedente merto.

      Da molte stelle mi vien questa luce; →

      ma quei la distillò nel mio cor pria

      72

      che fu sommo cantor del sommo duce.

      ‘Sperino in te,’ ne la sua tëodia → →

      dice, ‘color che sanno il nome tuo’:

      75

      e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?

      Tu mi stillasti, con lo stillar suo,

      ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,

      78

      e in altrui vostra pioggia repluo.”

      Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno →

      di quello incendio tremolava un lampo

      81

      sùbito e spesso a guisa di baleno.

      Indi spirò: “L’amore ond’ïo avvampo →

      ancor ver’ la virtù che mi seguette

      84

      infin la palma e a l’uscir del campo,

      vuol ch’io respiri a te che ti dilette

      di lei; ed emmi a grato che tu diche

      87

      quello che la speranza ti ’mpromette.”

      E io: “Le nove e le scritture antiche

      pongon lo segno, ed esso lo mi addita, → →

      90

      de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.

      Dice Isaia che ciascuna vestita →

      ne la sua terra fìa di doppia vesta:

      93

      e la sua terra è questa dolce vita; →

      e ’l tuo fratello assai vie più digesta, →

      là dove tratta de le bianche stole,

      96

      questa revelazion ci manifesta.”

      E prima, appresso al fin d’este parole, →

      “Sperent in te” di sopr’ a noi s’udì; →

      99

      a che rispuoser tutte le carole.

      Poscia tra esse un lume si schiarì →

      sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,

      102

      l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.

      E come surge e va ed entra in ballo →

      vergine lieta, sol per fare onore

      105

      a la novizia, non per alcun fallo,

      così vid’ io lo schiarato splendore

      venire a’ due che si volgieno a nota

      108

      qual conveniesi al loro ardente amore.

      Misesi lì nel canto e ne la rota; →

      e la mia donna in lor tenea l’aspetto,

      111

      pur come sposa tacita e immota.

      “Questi è colui che giacque sopra ’l petto →

      del nostro pellicano, e questi fue

      114

      di su la croce al grande officio eletto.”

      La donna mia così; né però piùe

      mosser la vista sua di stare attenta

      117

      poscia che prima le parole sue.

      Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta →

      di vedere eclissar lo sole un poco,

      120

      che, per veder, non vedente diventa;

      tal mi fec’ïo a quell’ ultimo foco

      mentre che detto fu: “Perché t’abbagli →

      123

      per veder cosa che qui non ha loco?

      In terra è terra il mio corpo, e saragli →

      tanto con li altri, che ’l numero nostro

      126

      con l’etterno proposito s’agguagli.

      Con le due stole nel beato chiostro →

      son le due luci sole che saliro;

      129

      e questo apporterai nel mondo vostro.”

      A questa voce l’infiammato giro →

      si quïetò con esso il dolce mischio →

      132

      che si facea nel suon del trino spiro,

      sì come, per cessar fatica o rischio,

      li remi, pria ne l’acqua ripercossi,

      135

      tutti si posano al sonar d’un fischio.

      Ahi quanto ne la mente mi commossi, →

      quando mi volsi per veder Beatrice,

      per non poter veder, benché io fossi

      139

      presso di lei, e nel mondo felice!

      PARADISO XXVI

      Mentr’io dubbiava per lo viso spento, →

      de la fulgida fiamma che lo spense

      3

      uscì un spiro che mi fece attento, →

      dicendo: “Intanto che tu ti risense

      de la vista che haï in me consunta →

      6

      ben è che ragionando la compense. →

      Comincia dunque; e dì ove s’appunta

      l’anima tua, e fa ragion che sia

      9

      la vista in te smarrita e non defunta: → →

      perché la donna che per questa dia

      regïon ti conduce, ha ne lo sguardo

      12

      la virtù ch’ebbe la man d’Anania.”

      Io dissi: “Al suo piacere e tosto e tardo →

      vegna remedio a li occhi, che fuor porte

      15

      quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.

      Lo ben che fa contenta questa corte, → →

      Alfa e O è di quanta scrittura →

      18

      mi legge Amore o lievemente o forte.”

      Quella medesma voce che paura

      tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,

      21

      di ragionare ancor mi mise in cura; →

      e disse: “Certo a più angusto vaglio →

      ti conviene schiarar: dicer convienti

      24

      chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio.”

      E io: “Per filosofici argomenti →

      e per autorità che quinci scende

      27

      cotale amor convien che in me si ’mprenti:

      ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, →

      così accende amore, e tanto maggio

      30

      quanto più di bontate in sé comprende.

      Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,

      che ciascu
    n ben che fuor di lei si trova

      33

      altro non è ch’un lume di suo raggio,

      più che in altra convien che si mova

      la mente, amando, di ciascun che cerne

      36

      il vero in che si fonda questa prova.

      Tal vero a l’intelletto mïo sterne →

      colui che mi dimostra il primo amore

      39

      di tutte le sustanze sempiterne.

      Sternel la voce del verace autore, →

      che dice a Moïsè, di sé parlando:

      42

      ‘Io ti farò vedere ogne valore.’ →

      Sternilmi tu ancora, incominciando

      l’alto preconio che grida l’arcano →

      45

      di qui là giù sovra ogne altro bando.”

      E io udi’: “Per intelletto umano →

      e per autoritadi a lui concorde

      48

      d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

      Ma dì ancor se tu senti altre corde →

      tirarti verso lui, sì che tu suone

      51

      con quanti denti questo amor ti morde.”

      Non fu latente la santa intenzione

      de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi →

      54

      dove volea menar mia professione.

      Però ricominciai: “Tutti quei morsi →

      che posson far lo cor volgere a Dio,

      57

      a la mia caritate son concorsi:

      ché l’essere del mondo e l’esser mio,

      la morte ch’el sostenne perch’ io viva,

      60

      e quel che spera ogne fedel com’ io,

      con la predetta conoscenza viva,

      tratto m’hanno del mar de l’amor torto, →

      63

      e del diritto m’han posto a la riva.

      Le fronde onde s’infronda tutto l’orto →

      de l’ortolano etterno, am’ io cotanto

      66

      quanto da lui a lor di bene è porto.”

      Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto →

      risonò per lo cielo, e la mia donna

      69

      dicea con li altri: “Santo, santo, santo!”

      E come a lume acuto si disonna → →

      per lo spirto visivo che ricorre

      72

      a lo splendor che va di gonna in gonna,

      e lo svegliato ciò che vede aborre, →

      si nescïa è la sùbita vigilia

      75

      fin che la stimativa non soccorre;

      così de li occhi miei ogne quisquilia →

      fugò Beatrice col raggio d’i suoi,

      78

      che rifulgea da più di mille milia:

      onde mei che dinanzi vidi poi;

      e quasi stupefatto domandai → →

      81

      d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

      E la mia donna: “Dentro da quei rai →

      vagheggia il suo fattor l’anima prima

      84

      che la prima virtù creasse mai.”

      Come la fronda che flette la cima →

      nel transito del vento, e poi si leva

      87

      per la propria virtù che la soblima,

      fec’io in tanto in quant’ ella diceva,

      stupendo, e poi mi rifece sicuro

      90

      un disio di parlare ond’ ïo ardeva.

      E cominciai: “O pomo che maturo →

      solo prodotto fosti, o padre antico

      93

      a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, →

      divoto quanto posso a te supplìco

      perché mi parli: tu vedi mia voglia, →

      96

      e per udirti tosto non la dico.”

      Talvolta un animal coverto broglia, →

      sì che l’affetto convien che si paia

      99

      per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;

      e similmente l’anima primaia

      mi facea trasparer per la coverta

      102

      quant’ ella a compiacermi venìa gaia.

      Indi spirò: “Sanz’ essermi proferta →

      da te, la voglia tua discerno meglio →

      105

      che tu qualunque cosa t’è più certa;

      perch’ io la veggio nel verace speglio

      che fa di sé pareglio a l’altre cose, →

      108

      e nulla face lui di sé pareglio.

      Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose →

      ne l’eccelso giardino, ove costei →

      111

      a così lunga scala ti dispuose,

      e quanto fu diletto a li occhi miei,

      e la propria cagion del gran disdegno,

      114

      e l’idïoma ch’usai e che fei. →

      Or, figliuol mio, non il gustar del legno → →

      fu per sé la cagion di tanto essilio, →

      117

      ma solamente il trapassar del segno.

      Quindi onde mosse tua donna Virgilio, → →

      quattromilia trecento e due volumi

      120

      di sol desiderai questo concilio;

      e vidi lui tornare a tutt’ i lumi →

      de la sua strada novecento trenta

      123

      fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.

      La lingua ch’io parlai fu tutta spenta →

      innanzi che a l’ovra inconsummabile

      126

      fosse la gente di Nembròt attenta:

      ché nullo effetto mai razïonabile,

      per lo piacere uman che rinovella

      129

      seguendo il cielo, sempre fu durabile.

      Opera naturale è ch’uom favella; →

      ma così o così, natura lascia

      132

      poi fare a voi secondo che v’abbella. →

      Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, →

      I s’appellava in terra il sommo bene →

      135

      onde vien la letizia che mi fascia; →

      e El si chiamò poi: e ciò convene, →

      ché l’uso d’i mortali è come fronda →

      138

      in ramo, che sen va e altra vene.

      Nel monte che si leva più da l’onda, →

      fu’io, con vita pura e disonesta,

      da la prim’ ora a quella che seconda,

      142

      come ’l sol muta quadra, l’ora sesta.”

      PARADISO XXVII

      “Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo,” →

      cominciò, “gloria!” tutto ’l paradiso,

      3

      sì che m’inebrïava il dolce canto.

      Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso →

      de l’universo; per che mia ebbrezza

      6

      intrava per l’udire e per lo viso.

      Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! →

      oh vita intègra d’amore e di pace!

      9

      oh sanza brama sicura ricchezza! →

      Dinanzi a li occhi miei le quattro face →

      stavano accese, e quella che pria venne

      12

      incominciò a farsi più vivace,

      e tal ne la sembianza sua divenne,

      qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte

      15

      fossero augelli e cambiassersi penne.

      La provedenza, che quivi comparte →

      vice e officio, nel beato coro

      18

      silenzio posto avea da ogne parte,

      quand’ïo udi’: “Se io mi trascoloro, →

      non ti maravigliar, chè, dicend’ io

      21

      vedrai trascolorar tutti costoro.

      Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, →

      il luogo mio, il luogo mio che vaca

      24

      ne la presenza del Figliuol di Dio,

      fatt’ ha del cimitero mio cloaca →

      del sangue e de la puzza; on
    de ’l perverso

      27

      che cadde di qua sù, là giù si placa.”

      Di quel color che per lo sole avverso →

      nube dipigne da sera e da mane,

      30

      vid’ïo allora tutto ’l ciel cosperso.

      E come donna onesta che permane →

      di sé sicura, e per l’altrui fallanza,

      33

      pur ascoltando, timida si fane, →

      così Beatrice trasmutò sembianza;

      e tale eclissi credo che ’n ciel fue

      36

      quando patì la supprema possanza.

      Poi procedetter le parole sue →

      con voce tanto da sé trasmutata,

      39

      che la sembianza nons i mutò piùe:

      “Non fu la sposa di Cristo allevata →

      del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,

      42

      per essere ad acquisto d’oro usata;

      ma per acquisto d’esto viver lieto

      e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano

      45

      sparser lo sangue dopo molto fleto.

      Non fu nostra intenzion ch’a destra mano →

      d’i nostri successor parte sedesse,

      48

      parte da l’altra del popol cristiano;

      né che le chiavi che mi fuor concesse, →

      divenisser signaculo in vessillo

      51

      che contra battezzati combattesse;

      né ch’io fossi figura di sigillo →

      a privilegi venduti e mendaci,

      54

      ond’ io sovente arrosso e disfavillo.

      In vesta di pastor lupi rapaci →

      si veggion di qua sù per tutti i paschi:

     


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