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    Paradiso

    Page 39
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      72

      è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,

      ancor dirò perché tu veggi pura

      la verità che là giù si confonde,

      75

      equivocando in sì fatta lettura. →

      Queste sustanze, poi che fur gioconde

      de la faccia di Dio, non volser viso

      78

      da essa, da cui nulla si nasconde:

      però non hanno vedere interciso →

      da novo obietto, e però non bisogna

      81

      rememorar per concetto diviso;

      sì che là giù, non dormendo, si sogna, →

      credendo e non credendo dicer vero;

      84

      ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.

      Voi non andate giù per un sentiero →

      filosofando: tanto vi trasporta

      87

      l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!

      E ancor questo qua sù si comporta

      con men disdegno che quando è posposta

      90

      la divina Scrittura o quando è torta.

      Non vi si pensa quanto sangue costa →

      seminarla nel mondo e quanto piace

      93

      chi umilmente con essa s’accosta.

      Per apparer ciascun s’ingegna e face → →

      sue invenzioni; e quelle son trascorse

      96

      da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.

      Un dice che la luna si ritorse →

      ne la passion di Cristo e s’interpuose,

      99

      per che ’l lume del sol giù non si porse;

      e mente, ché la luce si nascose →

      da sé: però a li Spani e a l’Indi

      102

      come a’ Giudei tale eclissi rispuose.

      Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi → →

      quante sì fatte favole per anno

      105

      in pergamo si gridan quinci e quindi: →

      sì che le pecorelle, che non sanno, →

      tornan del pasco pasciute di vento,

      108

      e non le scusa non veder lo danno.

      Non disse Cristo al suo primo convento: →

      ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;

      111

      ma diede lor verace fondamento; →

      e quel tanto sonò ne le sue guance, →

      sì ch’a pugnar per accender la fede

      114

      de l’Evangelio fero scudo e lance.

      Ora si va con motti e con iscede

      a predicare, e pur che ben si rida,

      117

      gonfia il cappuccio e più non si richiede. →

      Ma tale uccel nel becchetto s’annida, →

      che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe

      120

      la perdonanza di ch’el si confida:

      per cui tanta stoltezza in terra crebbe, →

      che, sanza prova d’alcun testimonio,

      123

      ad ogne promession si correrebbe.

      Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, →

      e altri assai che sono ancor più porci,

      126

      pagando di moneta sanza conio. →

      Ma perché siam digressi assai, ritorci →

      li occhi oramai verso la dritta strada,

      129

      sì che la via col tempo si raccorci.

      Questa natura sì oltre s’ingrada →

      in numero, che mai non fu loquela

      132

      né concetto mortal che tanto vada;

      e se tu guardi quel che si revela →

      per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia

      135

      determinato numero si cela.

      La prima luce, che tutta la raia, →

      per tanti modi in essa si recepe,

      138

      quanti son li splendori a chi s’appaia.

      Onde, però che a l’atto che concepe

      segue l’affetto, d’amar la dolcezza

      141

      diversamente in essa ferve e tepe.

      Vedi l’eccelso omai e la larghezza →

      de l’etterno valor, poscia che tanti

      speculi fatti s’ha in che si spezza,

      145

      uno manendo in sé come davanti.”

      PARADISO XXX

      Forse semilia miglia di lontano → →

      ci ferve l’ora sesta, e questo mondo →

      3

      china già l’ombra quasi al letto piano, →

      quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, → →

      comincia a farsi tal, ch’alcuna stella

      6

      perde il parere infino a questo fondo;

      e come vien la chiarissima ancella →

      del sol più oltre, così ’l ciel si chiude

      9

      di vista in vista infino a la più bella. →

      Non altrimenti il trïunfo che lude →

      sempre dintorno al punto che mi vinse, →

      12

      parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, →

      a poco a poco al mio veder si stinse:

      per che tornar con li occhi a Bëatrice

      15

      nulla vedere e amor mi costrinse.

      Se quanto infino a qui di lei si dice →

      fosse conchiuso tutto in una loda, →

      18

      poca sarebbe a fornir questa vice. →

      La bellezza ch’io vidi si trasmoda →

      non pur di là da noi, ma certo io credo

      21

      che solo il suo fattor tutta la goda.

      Da questo passo vinto mi concedo →

      più che già mai da punto di suo tema

      24

      soprato fosse comico o tragedo:

      ché, come sole in viso che più trema, →

      così lo rimembrar del dolce riso

      27

      la mente mia da me medesmo scema. →

      Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso → →

      in questa vita, infino a questa vista,

      30

      non m’è il seguire al mio cantar preciso; →

      ma or convien che mio seguir desista →

      più dietro a sua bellezza, poetando,

      33

      come a l’ultimo suo ciascuno artista. →

      Cotal qual io la lascio a maggior bando →

      che quel de la mia tuba, che deduce

      36

      l’ardüa sua matera terminando,

      con atto e voce di spedito duce

      ricominciò: “Noi siamo usciti fore →

      39

      del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: →

      luce intellettüal, piena d’amore;

      amor di vero ben, pien di letizia;

      42

      letizia che trascende ogne dolzore.

      Qui vederai l’una e l’altra milizia →

      di paradiso, e l’una in quelli aspetti →

      45

      che tu vedrai a l’ultima giustizia.”

      Come sùbito lampo che discetti →

      li spiriti visivi, sì che priva

      48

      da l’atto l’occhio di più forti obietti,

      così mi circunfulse luce viva, →

      e lasciommi fasciato di tal velo

      51

      del suo fulgor, che nulla m’appariva.

      “Sempre l’amor che queta questo cielo →

      accoglie in sé con sì fatta salute, →

      54

      per far disposto a sua fiamma il candelo.”

      Non fur più tosto dentro a me venute →

      queste parole brievi, ch’io compresi

      57

      me sormontar di sopr’ a mia virtute;

      e di novella vista mi raccesi

      tale, che nulla luce è tanto mera,

      60

      che li occhi miei non si fosser difesi;

      e vidi lume in forma di rivera → →

      fulvido di fulgore, intra due rive → �
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      63

      dipinte di mirabil primavera.

      Di tal fiumana uscian faville vive, →

      e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,

      66

      quasi rubin che oro circunscrive; →

      poi, come inebrïate da li odori, →

      riprofondavan sé nel miro gurge, →

      69

      e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.

      “L’alto disio che mo t’infiamma e urge, →

      d’aver notizia di ciò che tu vei,

      72

      tanto mi piace più quanto più turge;

      ma di quest’ acqua convien che tu bei

      prima che tanta sete in te si sazi”:

      75

      così mi disse il sol de li occhi miei.

      Anche soggiunse: “Il fiume e li topazi →

      ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe →

      78

      son di lor vero umbriferi prefazi. →

      Non che da sé sian queste cose acerbe;

      ma è difetto da la parte tua,

      81

      che non hai viste ancor tanto superbe.”

      Non è fantin che sì sùbito rua →

      col volto verso il latte, se si svegli

      84

      molto tardato da l’usanza sua

      come fec’ io, per far migliori spegli →

      ancor de li occhi, chinandomi a l’onda

      87

      che si deriva perché vi s’immegli;

      e sì come di lei bevve la gronda

      de le palpebre mie, così mi parve

      90

      di sua lunghezza divenuta tonda. →

      Poi, come gente stata sotto larve, →

      che pare altro che prima, se si sveste

      93

      la sembianza non süa in che disparve,

      così mi si cambiaro in maggior feste

      li fiori e le faville, sì ch’io vidi → →

      96

      ambo le corti del ciel manifeste.

      O isplendor di Dio, per cu’ io vidi →

      l’alto trïunfo del regno verace,

      99

      dammi virtù a dir com’ïo il vidi!

      Lume è là sù che visibile face → →

      lo creatore a quella creatura

      102

      che solo in lui vedere ha la sua pace.

      E’ si distende in circular figura, →

      in tanto che la sua circunferenza

      105

      sarebbe al sol troppo larga cintura.

      Fassi di raggio tutta sua parvenza

      reflesso al sommo del mobile primo,

      108

      che prende quindi vivere e potenza.

      E come clivo in acqua di suo imo →

      si specchia, quasi per vedersi addorno,

      111

      quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,

      sì, soprastando al lume intorno intorno,

      vidi specchiarsi in più di mille soglie

      114

      quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

      E se l’infimo grado in sé raccoglie →

      sì grande lume, quanta è la larghezza

      117

      di questa rosa ne l’estreme foglie! →

      La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza →

      non si smarriva, ma tutto prendeva

      120

      il quanto e ’l quale di quella allegrezza.

      Presso e lontano, lì, né pon né leva:

      ché dove Dio sanza mezzo governa,

      123

      la legge natural nulla rileva.

      Nel giallo de la rosa sempiterna, → →

      che si digrada e dilata e redole →

      126

      odor di lode al sol che sempre verna, →

      qual è colui che tace e dicer vole,

      mi trasse Bëatrice, e disse: “Mira

      129

      quanto è ’l convento de le bianche stole! →

      Vedi nostra città quant’ ella gira; → →

      vedi li nostri scanni sì ripieni,

      132

      che poca gente più ci si disira.

      E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni →

      per la corona che già v’è sù posta, →

      135

      prima che tu a queste nozze ceni, →

      sederà l’alma, che fia giù agosta, →

      de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia →

      138

      verrà in prima ch’ella sia disposta. →

      La cieca cupidigia che v’ammalia → →

      simili fatti v’ha al fantolino

      141

      che muor per fame e caccia via la balia.

      E fia prefetto nel foro divino → →

      allora tal, che palese e coverto

      144

      non anderà con lui per un cammino.

      Ma poco poi sarà da Dio sofferto →

      nel santo officio: ch’el sarà detruso

      là dove Simon mago è per suo merto, →

      148

      e farà quel d’Alagna intrar più giuso.” →

      PARADISO XXXI

      In forma dunque di candida rosa → →

      mi si mostrava la milizia santa →

      3

      che nel suo sangue Cristo fece sposa;

      ma l’altra, che volando vede e canta →

      la gloria di colui che la ’nnamora →

      6

      e la bontà che la fece cotanta,

      sì come schiera d’ape che s’infiora → →

      una fïata e una si ritorna

      9

      là dove suo laboro s’insapora, →

      nel gran fior discendeva che s’addorna

      di tante foglie, e quindi risaliva

      12

      là dove ’l süo amor sempre soggiorna. →

      Le facce tutte avean di fiamma viva →

      e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,

      15

      che nulla neve a quel termine arriva.

      Quando scendean nel fior, di banco in banco

      porgevan de la pace e de l’ardore →

      18

      ch’elli acquistavan ventilando il fianco.

      Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore →

      di tanta moltitudine volante

      21

      impediva la vista e lo splendore:

      ché la luce divina è penetrante →

      per l’universo secondo ch’è degno,

      24

      sì che nulla le puote essere ostante.

      Questo sicuro e gaudïoso regno, →

      frequente in gente antica e in novella,

      27

      viso e amore avea tutto ad un segno.

      Oh trina luce che ’n unica stella →

      scintillando a lor vista, sì li appaga!

      30

      guarda qua giuso a la nostra procella! →

      Se i barbari, venendo da tal plaga →

      che ciascun giorno d’Elice si cuopra, →

      33

      rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,

      veggendo Roma e l’ardüa sua opra,

      stupefaciensi, quando Laterano

      36

      a le cose mortali andò di sopra;

      ïo, che al divino da l’umano, →

      a l’etterno dal tempo era venuto,

      39

      e di Fiorenza in popol giusto e sano, →

      di che stupor dovea esser compiuto!

      Certo tra esso e ’l gaudio mi facea

      42

      libito non udire e starmi muto.

      E quasi peregrin che si ricrea →

      nel tempio del suo voto riguardando,

      45

      e spera già ridir com’ ello stea,

      su per la viva luce passeggiando,

      menava ïo li occhi per li gradi,

      48

      mo sù, mo giù e mo recirculando. →

      Vedëa visi a carità süadi, →

      d’altrui lume fregiati e di suo riso,

      51


      e atti ornati di tutte onestadi. →

      La forma general di paradiso →

      già tutta mïo sguardo avea compresa,

      54

      in nulla parte ancor fermato fiso;

      e volgeami con voglia rïaccesa →

      per domandar la mia donna di cose →

      57

      di che la mente mia era sospesa.

      Uno intendëa, e altro mi rispuose: →

      credea veder Beatrice e vidi un sene →

      60

      vestito con le genti glorïose.

      Diffuso era per li occhi e per le gene

      di benigna letizia, in atto pio

      63

      quale a tenero padre si convene. →

      E “Ov’ è ella?” sùbito diss’ io. →

      Ond’ elli: “A terminar lo tuo disiro →

      66

      mosse Beatrice me del loco mio;

      e se riguardi sù nel terzo giro

      dal sommo grado, tu la rivedrai

      69

      nel trono che suoi merti le sortiro.”

      Sanza risponder, li occhi sù levai, →

      e vidi lei che si facea corona →

      72

      reflettendo da sé li etterni rai.

      Da quella regïon che più sù tona →

      occhio mortale alcun tanto non dista,

      75

      qualunque in mare più giù s’abbandona,

      quanto lì da Beatrice la mia vista;

      ma nulla mi facea, ché süa effige →

      78

      non discendëa a me per mezzo mista.

      “O donna in cui la mia speranza vige, → →

      e che soffristi per la mia salute

      81

      in inferno lasciar le tue vestige,

     


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