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    Paradiso

    Page 28
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      fatto avea prima e poi era fatturo

      84

      per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

      diventa in apparenza poco e scuro,

      se in mano al terzo Cesare si mira

      87

      con occhio chiaro e con affetto puro;

      ché la viva giustizia che mi spira, → →

      li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,

      90

      gloria di far vendetta a la sua ira.

      Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:

      poscia con Tito a far vendetta corse →

      93

      de la vendetta del peccato antico.

      E quando il dente longobardo morse →

      la Santa Chiesa, sotto le sue ali

      96

      Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

      Omai puoi giudicar di quei cotali → →

      ch’io accusai di sopra e di lor falli,

      99

      che son cagion di tutti vostri mali.

      L’uno al pubblico segno i gigli gialli →

      oppone, e l’altro appropria quello a parte,

      102

      sì ch’è forte a veder chi più si falli.

      Faccian li Ghibellin, faccian lor arte →

      sott’ altro segno, ché mal segue quello

      105

      sempre chi la giustizia e lui diparte;

      e non l’abbatta esto Carlo novello →

      coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

      108

      ch’a più alto leon trasser lo vello. →

      Molte fïate già pianser li figli →

      per la colpa del padre, e non si creda

      111

      che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

      Questa picciola stella si correda →

      d’i buoni spirti che son stati attivi

      114

      perché onore e fama li succeda:

      e quando li disiri poggian quivi,

      sì disvïando, pur convien che i raggi

      117

      del vero amore in sù poggin men vivi.

      Ma nel commensurar d’i nostri gaggi →

      col merto è parte di nostra letizia,

      120

      perché non li vedem minor né maggi.

      Quindi addolcisce la viva giustizia →

      in noi l’affetto sì, che non si puote

      123

      torcer già mai ad alcuna nequizia.

      Diverse voci fanno dolci note;

      così diversi scanni in nostra vita

      126

      rendon dolce armonia tra queste rote.

      E dentro a la presente margarita →

      luce la luce di Romeo, di cui

      129

      fu l’ovra grande e bella mal gradita.

      Ma i Provenzai che fecer contra lui →

      non hanno riso; e però mal cammina

      132

      qual si fa danno del ben fare altrui.

      Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

      Ramondo Beringhiere, e ciò li fece →

      135

      Romeo, persona umìle e peregrina.

      E poi il mosser le parole biece

      a dimandar ragione a questo giusto, →

      138

      che li assegnò sette e cinque per diece, →

      indi partissi povero e vetusto; →

      e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe

      mendicando sua vita a frusto a frusto,

      142

      assai lo loda, e più lo loderebbe.”

      PARADISO VII

      “Osanna, sanctus Deus sabaòth, → → →

      superillustrans claritate tua

      3

      felices ignes horum malacòth!” →

      Così, volgendosi a la nota sua, →

      fu viso a me cantare essa sustanza,

      6

      sopra la qual doppio lume s’addua; →

      ed essa e l’altre mossero a sua danza,

      e quasi velocissime faville →

      9

      mi si velar di sùbita distanza.

      Io dubitava e dicea “Dille, dille!” →

      fra me, “dille” dicea, “a la mia donna

      12

      che mi diseta con le dolci stille.” →

      Ma quella reverenza che s’indonna →

      di tutto me, pur per Be e per ice, →

      15

      mi richinava come l’uom ch’assonna.

      Poco sofferse me cotal Beatrice

      e cominciò, raggiandomi d’un riso

      18

      tal, che nel foco faria l’uom felice: →

      “Secondo mio infallibile avviso, → →

      come giusta vendetta giustamente → →

      21

      punita fosse, t’ha in pensier miso;

      ma io ti solverò tosto la mente;

      e tu ascolta, ché le mie parole

      24

      di gran sentenza ti faran presente.

      Per non soffrire a la virtù che vole →

      freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, →

      27

      dannando sé, dannò tutta sua prole;

      onde l’umana specie inferma giacque →

      giù per secoli molti in grande errore, →

      30

      fin ch’al Verbo di Dio discender piacque →

      u’ la natura, che dal suo fattore →

      s’era allungata, unì a sé in persona

      33

      con l’atto sol del suo etterno amore.

      Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: →

      questa natura al suo fattore unita,

      36

      qual fu creata, fu sincera e buona;

      ma per sé stessa pur fu ella sbandita

      di paradiso, però che si torse

      39

      da via di verità e da sua vita. →

      La pena dunque che la croce porse

      s’a la natura assunta si misura,

      42

      nulla già mai sì giustamente morse;

      e così nulla fu di tanta ingiura,

      guardando a la persona che sofferse,

      45

      in che era contratta tal natura.

      Però d’un atto uscir cose diverse: →

      ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;

      48

      per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.

      Non ti dee oramai parer più forte, →

      quando si dice che giusta vendetta

      51

      poscia vengiata fu da giusta corte.

      Ma io veggi’ or la tua mente ristretta → →

      di pensiero in pensier dentro ad un nodo,

      54

      del qual con gran disio solver s’aspetta.

      Tu dici: ‘Ben discerno ciò ch’i’ odo;

      ma perché Dio volesse, m’è occulto,

      57

      a nostra redenzion pur questo modo.’ →

      Questo decreto, frate, sta sepulto

      a li occhi di ciascuno il cui ingegno

      60

      ne la fiamma d’amor non è adulto.

      Veramente, però ch’a questo segno

      molto si mira e poco si discerne,

      63

      dirò perché tal modo fu più degno.

      La divina bontà, che da sé sperne → →

      ogne livore, ardendo in sé, sfavilla

      66

      sì che dispiega le bellezze etterne.

      Ciò che da lei sanza mezzo distilla →

      non ha poi fine, perché non si move →

      69

      la sua imprenta quand’ ella sigilla.

      Ciò che da essa sanza mezzo piove

      libero è tutto, perché non soggiace

      72

      a la virtute de le cose nove. →

      Più l’è conforme, e però più le piace;

      ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,

      75

      ne la più somigliante è più vivace.

      Di tutte queste dote s’avvantaggia

      l’umana creatura, e s’un
    a manca,

      78

      di sua nobilità convien che caggia.

      Solo il peccato è quel che la disfranca

      e falla dissimìle al sommo bene,

      81

      per che del lume suo poco s’imbianca;

      e in sua dignità mai non rivene,

      se non rïempie, dove colpa vòta,

      84

      contra mal dilettar con giuste pene.

      Vostra natura, quando peccò tota →

      nel seme suo, da queste dignitadi,

      87

      come di paradiso, fu remota;

      né ricovrar potiensi, se tu badi

      ben sottilmente, per alcuna via,

      90

      sanza passar per un di questi guadi:

      o che Dio solo per sua cortesia

      dimesso avesse, o che l’uom per sé isso

      93

      avesse sodisfatto a sua follia.

      Ficca mo l’occhio per entro l’abisso

      de l’etterno consiglio, quanto puoi

      96

      al mio parlar distrettamente fisso.

      Non potea l’uomo ne’ termini suoi →

      mai sodisfar, per non potere ir giuso

      99

      con umiltate obedïendo poi,

      quanto disobediendo intese ir suso;

      e questa è la cagion per che l’uom fue

      102

      da poter sodisfar per sé dischiuso.

      Dunque a Dio convenia con le vie sue →

      riparar l’omo a sua intera vita,

      105

      dico con l’una, o ver con amendue.

      Ma perché l’ovra tanto è più gradita

      da l’operante, quanto più appresenta

      108

      de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,

      la divina bontà che ’l mondo imprenta,

      di proceder per tutte le sue vie,

      111

      a rilevarvi suso, fu contenta.

      Né tra l’ultima notte e ’l primo die →

      sì alto o sì magnifico processo,

      114

      o per l’una o per l’altra, fu o fie:

      ché più largo fu Dio a dar sé stesso

      per far l’uom sufficiente a rilevarsi,

      117

      che s’elli avesse sol da sé dimesso;

      e tutti li altri modi erano scarsi

      a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio

      120

      non fosse umilïato ad incarnarsi.

      Or per empierti bene ogne disio,

      ritorno a dichiararti in alcun loco,

      123

      perché tu veggi lì così com’ io.

      Tu dici: ‘Io veggio l’acqua, io veggio il foco, → →

      l’aere e la terra e tutte lor misture

      126

      venire a corruzione, e durar poco;

      e queste cose pur furon creature;

      per che, se ciò ch’è detto è stato vero,

      129

      esser dovrien da corruzion sicure.’

      Li angeli, frate, e ’l paese sincero

      nel qual tu se’, dir si posson creati,

      132

      sì come sono, in loro essere intero;

      ma li alimenti che tu hai nomati

      e quelle cose che di lor si fanno

      135

      da creata virtù sono informati.

      Creata fu la materia ch’elli hanno;

      creata fu la virtù informante

      138

      in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.

      L’anima d’ogne bruto e de le piante →

      di complession potenzïata tira

      141

      lo raggio e ’l moto de le luci sante;

      ma vostra vita sanza mezzo spira

      la somma beninanza, e la innamora

      144

      di sé sì che poi sempre la disira.

      E quinci puoi argomentare ancora →

      vostra resurrezion, se tu ripensi

      come l’umana carne fessi allora

      148

      che li primi parenti intrambo fensi.”

      PARADISO VIII

      Solea creder lo mondo in suo periclo →

      che la bella Ciprigna il folle amore →

      3

      raggiasse, volta nel terzo epiciclo; →

      per che non pur a lei faceano onore →

      di sacrificio e di votivo grido

      6

      le genti antiche ne l’antico errore;

      ma Dïone onoravano e Cupido, →

      quella per madre sua, questo per figlio,

      9

      e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; →

      e da costei ond’ io principio piglio →

      pigliavano il vocabol de la stella

      12

      che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. →

      Io non m’accorsi del salire in ella; →

      ma d’esservi entro mi fé assai fede

      15

      la donna mia ch’i’ vidi far più bella.

      E come in fiamma favilla si vede, →

      e come in voce voce si discerne, →

      18

      quand’ una è ferma e altra va e riede,

      vid’ io in essa luce altre lucerne →

      muoversi in giro più e men correnti, →

      21

      al modo, credo, di lor viste interne.

      Di fredda nube non disceser venti,

      o visibili o no, tanto festini, →

      24

      che non paressero impediti e lenti

      a chi avesse quei lumi divini

      veduti a noi venir, lasciando il giro →

      27

      pria cominciato in li alti Serafini;

      e dentro a quei che più innanzi appariro

      sonava “Osanna” sì, che unque poi →

      30

      di rïudir non fui sanza disiro.

      Indi si fece l’un più presso a noi →

      e solo incominciò: “Tutti sem presti

      33

      al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

      Noi ci volgiam coi principi celesti → →

      d’un giro e d’un girare e d’una sete,

      36

      ai quali tu del mondo già dicesti:

      ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;

      e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, →

      39

      non fia men dolce un poco di quïete.” →

      Poscia che li occhi miei si fuoro offerti →

      a la mia donna reverenti, ed essa

      42

      fatti li avea di sé contenti e certi,

      rivolsersi a la luce che promessa

      tanto s’avea, e “Deh, chi siete?” fue →

      45

      la voce mia di grande affetto impressa. →

      E quanta e quale vid’ io lei far piùe →

      per allegrezza nova che s’accrebbe,

      48

      quando parlai, a l’allegrezze sue!

      Così fatta, mi disse: “Il mondo m’ebbe →

      giù poco tempo; e se più fosse stato,

      51

      molto sarà di mal, che non sarebbe.

      La mia letizia mi ti tien celato →

      che mi raggia dintorno e mi nasconde

      54

      quasi animal di sua seta fasciato.

      Assai m’amasti, e avesti ben onde; →

      che s’io fossi giù stato, io ti mostrava

      57

      di mio amor più oltre che le fronde.

      Quella sinistra riva che si lava →

      di Rodano poi ch’è misto con Sorga,

      60

      per suo segnore a tempo m’aspettava,

      e quel corno d’Ausonia che s’imborga

      di Bari e di Gaeta e di Catona,

      63

      da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

      Fulgeami già in fronte la corona →

      di quella terra che ’l Danubio riga

      66

      poi che le ripe tedesche abbandona.

      E la bella
    Trinacria, che caliga →

      tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo →

      69

      che riceve da Euro maggior briga,

      non per Tifeo ma per nascente solfo, →

      attesi avrebbe li suoi regi ancora,

      72

      nati per me di Carlo e di Ridolfo,

      se mala segnoria, che sempre accora

      li popoli suggetti, non avesse

      75

      mosso Palermo a gridar: ‘Mora, mora!’ →

      E se mio frate questo antivedesse, →

      l’avara povertà di Catalogna

      78

      già fuggeria, perché non li offendesse;

      ché veramente proveder bisogna →

      per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca

      81

      carcata più d’incarco non si pogna.

      La sua natura, che di larga parca →

      discese, avria mestier di tal milizia →

      84

      che non curasse di mettere in arca.”

      “Però ch’i’ credo che l’alta letizia →

      che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,

      87

      là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,

      per te si veggia come la vegg’ io,

      grata m’è più; e anco quest’ ho caro

      90

      perché ’l discerni rimirando in Dio.

      Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, →

      poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso

      93

      com’ esser può, di dolce seme, amaro.”

      Questo io a lui; ed elli a me: “S’io posso →

      mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

      96

      terrai lo viso come tien lo dosso.

     


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