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    Paradiso

    Page 34
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      si fa sentir, come di molti amori

      21

      usciva solo un suon di quella image.

      Ond’ io appresso: “O perpetüi fiori →

      de l’etterna letizia, che pur uno

      24

      parer mi fate tutti vostri odori,

      solvetemi, spirando, il gran digiuno → →

      che lungamente m’ha tenuto in fame,

      27

      non trovandoli in terra cibo alcuno.

      Ben so io che, se ’n cielo altro reame →

      la divina giustizia fa suo specchio,

      30

      che ’l vostro non l’apprende con velame.

      Sapete come attento io m’apparecchio

      ad ascoltar; sapete qual è quello

      33

      dubbio che m’è digiun cotanto vecchio.”

      Quasi falcone ch’esce del cappello, →

      move la testa e con l’ali si plaude, →

      36

      voglia mostrando e faccendosi bello,

      vid’ io farsi quel segno, che di laude

      de la divina grazia era contesto,

      39

      con canti quai si sa chi là sù gaude.

      Poi cominciò: “Colui che volse il sesto → →

      a lo stremo del mondo, e dentro ad esso

      42

      distinse tanto occulto e manifesto,

      non poté suo valor sì fare impresso

      in tutto l’universo, che ’l suo verbo

      45

      non rimanesse in infinito eccesso.

      E ciò fa certo che ’l primo superbo, →

      che fu la somma d’ogne creatura,

      48

      per non aspettar lume, cadde acerbo;

      e quinci appar ch’ogne minor natura

      è corto recettacolo a quel bene

      51

      che non ha fine e sé con sé misura.

      Dunque vostra veduta, che convene

      essere alcun de’ raggi de la mente

      54

      di che tutte le cose son ripiene,

      non pò da sua natura esser possente

      tanto, che suo principio non discerna

      57

      molto di là da quel che l’è parvente.

      Però ne la giustizia sempiterna →

      la vista che riceve il vostro mondo,

      60

      com’ occhio per lo mare, entro s’interna;

      che, ben che da la proda veggia il fondo,

      in pelago nol vede; e nondimeno

      63

      èli, ma cela lui l’esser profondo.

      Lume non è, se non vien dal sereno →

      che non si turba mai; anzi è tenèbra

      66

      od ombra de la carne o suo veleno.

      Assai t’è mo aperta la latebra →

      che t’ascondeva la giustizia viva,

      69

      di che facei question cotanto crebra; →

      ché tu dicevi: ‘Un uom nasce a la riva → →

      de l’Indo, e quivi non è chi ragioni

      72

      di Cristo né chi legga né chi scriva;

      e tutti suoi voleri e atti buoni

      sono, quanto ragione umana vede,

      75

      sanza peccato in vita o in sermoni.

      Muore non battezzato e sanza fede:

      ov’ è questa giustizia che ’l condanna? →

      78

      ov’ è la colpa sua, se ei non crede?’

      Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, → →

      per giudicar di lungi mille miglia

      81

      con la veduta corta d’una spanna? →

      Certo a colui che meco s’assottiglia,

      se la Scrittura sovra voi non fosse, →

      84

      da dubitar sarebbe a maraviglia.

      Oh terreni animali! oh menti grosse! →

      La prima volontà, ch’è da sé buona,

      87

      da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. →

      Cotanto è giusto quanto a lei consuona: →

      nullo creato bene a sé la tira,

      90

      ma essa, radïando, lui cagiona.”

      Quale sovresso il nido si rigira →

      poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,

      93

      e come quel ch’è pasto la rimira;

      cotal si fece, e sì leväi i cigli,

      la benedetta imagine, che l’ali

      96

      movea sospinte da tanti consigli. →

      Roteando cantava, e dicea: “Quali →

      son le mie note a te, che non le ’ntendi,

      99

      tal è il giudicio etterno a voi mortali.”

      Poi si quetaro quei lucenti incendi

      de lo Spirito Santo ancor nel segno →

      102

      che fé i Romani al mondo reverendi,

      esso ricominciò: “A questo regno →

      non salì mai chi non credette ’n Cristo, →

      105

      né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.

      Ma vedi: molti gridan ‘Cristo, Cristo!’ →

      che saranno in giudicio assai men prope

      108

      a lui, che tal che non conosce Cristo;

      e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, →

      quando si partiranno i due collegi, →

      111

      l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.

      Che poran dir li Perse a’ vostri regi, →

      come vedranno quel volume aperto →

      114

      nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? →

      Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, → →

      quella che tosto moverà la penna,

      117

      per che ’l regno di Praga fia diserto.

      Lì si vedrà il duol che sovra Senna →

      induce, falseggiando la moneta, →

      120

      quel che morrà di colpo di cotenna. →

      Lì si vedrà la superbia ch’asseta, →

      che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,

      123

      sì che non può soffrir dentro a sua meta.

      Vedrassi la lussuria e ’l viver molle →

      di quel di Spagna e di quel di Boemme,

      126

      che mai valor non conobbe né volle.

      Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme →

      segnata con un i la sua bontate,

      129

      quando ’l contrario segnerà un emme.

      Vedrassi l’avarizia e la viltate →

      di quei che guarda l’isola del foco,

      132

      ove Anchise finì la lunga etate;

      e a dare ad intender quanto è poco, → →

      la sua scrittura fian lettere mozze,

      135

      che noteranno molto in parvo loco.

      E parranno a ciascun l’opere sozze

      del barba e del fratel, che tanto egregia → →

      138

      nazione e due corone han fatte bozze.

      E quel di Portogallo e di Norvegia →

      lì si conosceranno, e quel di Rascia

      141

      che male ha visto il conio di Vinegia.

      O beata Ungheria, se non si lascia → →

      più malmenare! e beata Navarra,

      144

      se s’armasse del monte che la fascia!

      E creder de’ ciascun che già, per arra →

      di questo, Niccosïa e Famagosta

      per la lor bestia si lamenti e garra,

      148

      che dal fianco de l’altre non si scosta.” →

      PARADISO XX

      Quando colui che tutto ’l mondo alluma →

      de l’emisperio nostro sì discende,

      3

      che ’l giorno d’ogne parte si consuma,

      lo ciel, che sol di lui prima s’accende,

      subitamente si rifà parvente

      6

      per molte luci, in che una risplende; →

      e questo atto
    del ciel mi venne a mente,

      come ’l segno del mondo e de’ suoi duci →

      9

      nel benedetto rostro fu tacente;

      però che tutte quelle vive luci,

      vie più lucendo, cominciaron canti

      12

      da mia memoria labili e caduci.

      O dolce amor che di riso t’ammanti, →

      quanto parevi ardente in que’ flailli,

      15

      ch’avieno spirto sol di pensier santi!

      Poscia che i cari e lucidi lapilli →

      ond’ io vidi ingemmato il sesto lume

      18

      puoser silenzio a li angelici squilli, →

      udir mi parve un mormorar di fiume →

      che scende chiaro giù di pietra in pietra,

      21

      mostrando l’ubertà del suo cacume.

      E come suono al collo de la cetra →

      prende sua forma, e sì com’ al pertugio

      24

      de la sampogna vento che penètra,

      così, rimosso d’aspettare indugio,

      quel mormorar de l’aguglia salissi

      27

      su per lo collo, come fosse bugio.

      Fecesi voce quivi, e quindi uscissi

      per lo suo becco in forma di parole,

      30

      quali aspettava il core ov’ io le scrissi. →

      “La parte in me che vede e pate il sole → →

      ne l’aguglie mortali,” incominciommi,

      33

      “or fisamente riguardar si vole,

      perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, →

      quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,

      36

      e’ di tutti lor gradi son li sommi.

      Colui che luce in mezzo per pupilla, → →

      fu il cantor de lo Spirito Santo,

      39

      che l’arca traslatò di villa in villa:

      ora conosce il merto del suo canto, →

      in quanto effetto fu del suo consiglio,

      42

      per lo remunerar ch’è altrettanto.

      Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, →

      colui che più al becco mi s’accosta,

      45

      la vedovella consolò del figlio:

      ora conosce quanto caro costa

      non seguir Cristo, per l’esperïenza

      48

      di questa dolce vita e de l’opposta. →

      E quel che segue in la circunferenza →

      di che ragiono, per l’arco superno,

      51

      morte indugiò per vera penitenza:

      ora conosce che ’l giudicio etterno →

      non si trasmuta, quando degno preco

      54

      fa crastino là giù de l’odïerno.

      L’altro che segue, con le leggi e meco, →

      sotto buona intenzion che fé mal frutto,

      57

      per cedere al pastor si fece greco:

      ora conosce come il mal dedutto

      dal suo bene operar non li è nocivo,

      60

      avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.

      E quel che vedi ne l’arco declivo, →

      Guiglielmo fu, cui quella terra plora

      63

      che piagne Carlo e Federigo vivo:

      ora conosce come s’innamora

      lo ciel del giusto rege, e al sembiante

      66

      del suo fulgore il fa vedere ancora.

      Chi crederebbe giù nel mondo errante →

      che Rifëo Troiano in questo tondo

      69

      fosse la quinta de le luci sante? →

      Ora conosce assai di quel che ’l mondo

      veder non può de la divina grazia,

      72

      ben che sua vista non discerna il fondo.”

      Quale allodetta che ’n aere si spazia → →

      prima cantando, e poi tace contenta

      75

      de l’ultima dolcezza che la sazia,

      tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta

      de l’etterno piacere, al cui disio

      78

      ciascuna cosa qual ell’ è diventa.

      E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio → →

      lì quasi vetro a lo color ch’el veste,

      81

      tempo aspettar tacendo non patio,

      ma de la bocca, “Che cose son queste?”

      mi pinse con la forza del suo peso:

      84

      per ch’io di coruscar vidi gran feste.

      Poi appresso, con l’occhio più acceso, →

      lo benedetto segno mi rispuose

      87

      per non tenermi in ammirar sospeso:

      “Io veggio che tu credi queste cose

      perch’ io le dico, ma non vedi come;

      90

      sì che, se son credute, sono ascose.

      Fai come quei che la cosa per nome →

      apprende ben, ma la sua quiditate →

      93

      veder non può se altri non la prome. →

      Regnum celorum vïolenza pate →

      da caldo amore e da viva speranza,

      96

      che vince la divina volontate:

      non a guisa che l’omo a l’om sobranza, →

      ma vince lei perché vuole esser vinta, →

      99

      e, vinta, vince con sua beninanza.

      La prima vita del ciglio e la quinta

      ti fa maravigliar, perché ne vedi

      102

      la regïon de li angeli dipinta.

      D’i corpi suoi non uscir, come credi, →

      Gentili, ma Cristiani, in ferma fede

      105

      quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.

      Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede →

      già mai a buon voler, tornò a l’ossa;

      108

      e ciò di viva spene fu mercede: →

      di viva spene, che mise la possa

      ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,

      111

      sì che potesse sua voglia esser mossa.

      L’anima glorïosa onde si parla,

      tornata ne la carne, in che fu poco,

      114

      credette in lui che potëa aiutarla;

      e credendo s’accese in tanto foco

      di vero amor, ch’a la morte seconda

      117

      fu degna di venire a questo gioco.

      L’altra, per grazia che da sì profonda →

      fontana stilla, che mai creatura

      120

      non pinse l’occhio infino a la prima onda,

      tutto suo amor là giù pose a drittura: →

      per che, di grazia in grazia, Dio li aperse

      123

      l’occhio a la nostra redenzion futura;

      ond’ ei credette in quella, e non sofferse

      da indi il puzzo più del paganesmo;

      126

      e riprendiene le genti perverse. →

      Quelle tre donne li fur per battesmo →

      che tu vedesti da la destra rota,

      129

      dinanzi al battezzar più d’un millesmo.

      O predestinazion, quanto remota →

      è la radice tua da quelli aspetti

      132

      che la prima cagion non veggion tota!

      E voi, mortali, tenetevi stretti

      a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, →

      135

      non conosciamo ancor tutti li eletti;

      ed ènne dolce così fatto scemo,

      perché il ben nostro in questo ben s’affina,

      138

      che quel che vole Iddio, e noi volemo.”

      Così da quella imagine divina, →

      per farmi chiara la mia corta vista,

      141

      data mi fu soave medicina. →

      E come a buon cantor buon citarista →

      fa seguitar lo guizzo de la corda,

      144

      in che più di piacer lo ca
    nto acquista,

      sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda

      ch’io vidi le due luci benedette,

      pur come batter d’occhi si concorda,

      148

      con le parole mover le fiammette.

      PARADISO XXI

      Già eran li occhi miei rifissi al volto →

      de la mia donna, e l’animo con essi,

      3

      e da ogne altro intento s’era tolto.

      E quella non ridea; ma “S’io ridessi,”

      mi cominciò, “tu ti faresti quale →

      6

      fu Semelè quando di cener fessi:

      ché la bellezza mia, che per le scale

      de l’etterno palazzo più s’accende, →

      9

      com’ hai veduto, quanto più si sale,

      se non si temperasse, tanto splende,

      che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,

      12

      sarebbe fronda che trono scoscende.

      Noi sem levati al settimo splendore, →

      che sotto ’l petto del Leone ardente

      15

      raggia mo misto giù del suo valore.

      Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, →

      e fa di quelli specchi a la figura

      18

      che ’n questo specchio ti sarà parvente.”

      Qual savesse qual era la pastura → →

      del viso mio ne l’aspetto beato

      21

      quand’ io mi trasmutai ad altra cura,

      conoscerebbe quanto m’era a grato

      ubidire a la mia celeste scorta,

      24

      contrapesando l’un con l’altro lato. →

      Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, →

     


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