Online Read Free Novel
  • Home
  • Romance & Love
  • Fantasy
  • Science Fiction
  • Mystery & Detective
  • Thrillers & Crime
  • Actions & Adventure
  • History & Fiction
  • Horror
  • Western
  • Humor

    Paradiso

    Page 32
    Prev Next


      escusar puommi di quel ch’io m’accuso

      per escusarmi, e vedermi dir vero:

      ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,

      139

      perché si fa, montando, più sincero.

      PARADISO XV

      Benigna volontade in che si liqua → → →

      sempre l’amor che drittamente spira,

      3

      come cupidità fa ne la iniqua,

      silenzio puose a quella dolce lira, →

      e fece quïetar le sante corde

      6

      che la destra del cielo allenta e tira.

      Come saranno a’ giusti preghi sorde →

      quelle sustanze che, per darmi voglia →

      9

      ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?

      Bene è che sanza termine si doglia

      chi, per amor di cosa che non duri

      12

      etternalmente, quello amor si spoglia. →

      Quale per li seren tranquilli e puri →

      discorre ad ora ad or sùbito foco,

      15

      movendo li occhi che stavan sicuri,

      e pare stella che tramuti loco,

      se non che da la parte ond’ e’ s’accende

      18

      nulla sen perde, ed esso dura poco:

      tale dal corno che ’n destro si stende

      a piè di quella croce corse un astro

      21

      de la costellazion che lì resplende;

      né si partì la gemma dal suo nastro, →

      ma per la lista radïal trascorse,

      24

      che parve foco dietro ad alabastro. →

      Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, →

      se fede merta nostra maggior musa, →

      27

      quando in Eliso del figlio s’accorse.

      “O sanguis meus, O superinfusa → →

      gratïa Deï, sicut tibi cui →

      30

      bis unquam celi ianüa reclusa?” →

      Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; →

      poscia rivolsi a la mia donna il viso, →

      33

      e quinci e quindi stupefatto fui;

      ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso →

      tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo

      36

      de la mia gloria e del mio paradiso.

      Indi, a udire e a veder giocondo, →

      giunse lo spirto al suo principio cose,

      39

      ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; →

      né per elezïon mi si nascose, →

      ma per necessità, ché ’l suo concetto

      42

      al segno d’i mortal si soprapuose.

      E quando l’arco de l’ardente affetto →

      fu sì sfogato, che ’l parlar discese

      45

      inver’ lo segno del nostro intelletto,

      la prima cosa che per me s’intese,

      “Benedetto sia tu,” fu, “trino e uno,

      48

      che nel mio seme se’ tanto cortese!” →

      E seguì: “Grato e lontano digiuno,

      tratto leggendo del magno volume → →

      51

      du’ non si muta mai bianco né bruno, →

      solvuto hai, figlio, dentro a questo lume

      in ch’io ti parlo, mercé di colei

      54

      ch’a l’alto volo ti vestì le piume. →

      Tu credi che a me tuo pensier mei →

      da quel ch’è primo, così come raia →

      57

      da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;

      e però ch’io mi sia e perch’ io paia

      più gaudïoso a te, non mi domandi,

      60

      che alcun altro in questa turba gaia.

      Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi

      di questa vita miran ne lo speglio

      63

      in che, prima che pensi, il pensier pandi;

      ma perché ’l sacro amore in che io veglio

      con perpetüa vista e che m’asseta

      66

      di dolce disïar, s’adempia meglio,

      la voce tua sicura, balda e lieta

      suoni la volontà, suoni ’l disio, →

      69

      a che la mia risposta è già decreta!”

      Io mi volsi a Beatrice, e quella udio

      pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno

      72

      che fece crescer l’ali al voler mio. →

      Poi cominciai così: “L’affetto e ’l senno, →

      come la prima equalità v’apparse, →

      75

      d’un peso per ciascun di voi si fenno,

      però che ’l sol che v’allumò e arse,

      col caldo e con la luce è sì iguali,

      78

      che tutte simiglianze sono scarse.

      Ma voglia e argomento ne’ mortali,

      per la cagion ch’a voi è manifesta,

      81

      diversamente son pennuti in ali; →

      ond’ io, che son mortal, mi sento in questa

      disagguaglianza, e però non ringrazio

      84

      se non col core a la paterna festa.

      Ben supplico io a te, vivo topazio →

      che questa gioia prezïosa ingemmi,

      87

      perché mi facci del tuo nome sazio.” →

      “O fronda mia in che io compiacemmi → →

      pur aspettando, io fui la tua radice”:

      90

      cotal principio, rispondendo, femmi.

      Poscia mi disse: “Quel da cui si dice →

      tua cognazione e che cent’ anni e piùe

      93

      girato ha ’l monte in la prima cornice,

      mio figlio fu e tuo bisavol fue:

      ben si convien che la lunga fatica →

      96

      tu li raccorci con l’opere tue.

      Fiorenza dentro da la cerchia antica, →

      ond’ ella toglie ancora e terza e nona,

      99

      si stava in pace, sobria e pudica.

      Non avea catenella, non corona, →

      non gonne contigiate, non cintura

      102

      che fosse a veder più che la persona.

      Non faceva, nascendo, ancor paura →

      la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote

      105

      non fuggien quinci e quindi la misura.

      Non avea case di famiglia vòte; →

      non v’era giunto ancor Sardanapalo →

      108

      a mostrar ciò che ’n camera si puote.

      Non era vinto ancora Montemalo →

      dal vostro Uccellatoio, che, com’è vinto

      111

      nel montar sù, così sarà nel calo.

      Bellincion Berti vid’ io andar cinto →

      di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio

      114

      la donna sua sanza ’l viso dipinto; →

      e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio →

      esser contenti a la pelle scoperta,

      117

      e le sue donne al fuso e al pennecchio.

      Oh fortunate! ciascuna era certa →

      de la sua sepultura, e ancor nulla

      120

      era per Francia nel letto diserta.

      L’una vegghiava a studio de la culla, →

      e, consolando, usava l’idïoma

      123

      che prima i padri e le madri trastulla;

      l’altra, traendo a la rocca la chioma, →

      favoleggiava con la sua famiglia →

      126

      d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

      Saria tenuta allor tal maraviglia →

      una Cianghella, un Lapo Salterello,

      129

      qual or saria Cincinnato e Corniglia.

      A così riposato, a così bello → →

      viver di cittadini, a così fida

      132


      cittadinanza, a così dolce ostello,

      Maria mi diè, chiamata in alte grida; →

      e ne l’antico vostro Batisteo

      135

      insieme fui cristiano e Cacciaguida.

      Moronto fu mio frate ed Eliseo; →

      mia donna venne a me di val di Pado, →

      138

      e quindi il sopranome tuo si feo.

      Poi seguitai lo ’mperador Currado; →

      ed el mi cinse de la sua milizia,

      141

      tanto per bene ovrar li venni in grado.

      Dietro li andai incontro a la nequizia

      di quella legge il cui popolo usurpa,

      144

      per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

      Quivi fu’ io da quella gente turpa →

      disviluppato dal mondo fallace,

      lo cui amor molt’anime deturpa;

      148

      e venni dal martiro a questa pace.”

      PARADISO XVI

      O poca nostra nobiltà di sangue, →

      se glorïar di te la gente fai

      3

      qua giù dove l’affetto nostro langue,

      mirabil cosa non mi sarà mai:

      ché là dove appetito non si torce,

      6

      dico nel cielo, io me ne gloriai.

      Ben se’ tu manto che tosto raccorce: →

      sì che, se non s’appon di dì in die,

      9

      lo tempo va dintorno con le force.

      Dal “voi” che prima a Roma s’offerie, →

      in che la sua famiglia men persevra,

      12

      ricominciaron le parole mie;

      onde Beatrice, ch’era un poco scevra, →

      ridendo, parve quella che tossio

      15

      al primo fallo scritto di Ginevra.

      Io cominciai: “Voi siete il padre mio; → →

      voi mi date a parlar tutta baldezza; →

      18

      voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.

      Per tanti rivi s’empie d’allegrezza →

      la mente mia, che di sé fa letizia

      21

      perché può sostener che non si spezza.

      Ditemi dunque, cara mia primizia, →

      quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni

      24

      che si segnaro in vostra püerizia;

      ditemi de l’ovil di San Giovanni

      quanto era allora, e chi eran le genti

      27

      tra esso degne di più alti scanni.”

      Come s’avviva a lo spirar d’i venti →

      carbone in fiamma, così vid’ io quella

      30

      luce risplendere a’ miei blandimenti;

      e come a li occhi miei si fé più bella,

      così con voce più dolce e soave,

      33

      ma non con questa moderna favella, →

      dissemi: “Da quel dì che fu detto ‘Ave’ →

      al parto in che mia madre, ch’è or santa,

      36

      s’allevïò di me ond’ era grave,

      al suo Leon cinquecento cinquanta →

      e trenta fiate venne questo foco

      39

      a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

      Li antichi miei e io nacqui nel loco →

      dove si truova pria l’ultimo sesto

      42

      da quei che corre il vostro annüal gioco. →

      Basti d’i miei maggiori udirne questo: →

      chi ei si fosser e onde venner quivi,

      45

      più è tacer che ragionare onesto.

      Tutti color ch’a quel tempo eran ivi →

      da poter arme tra Marte e ’l Batista, →

      48

      erano il quinto di quei ch’or son vivi.

      Ma la cittadinanza, ch’è or mista

      di Campi, di Certaldo e di Fegghine, →

      51

      pura vediesi ne l’ultimo artista. →

      Oh quanto fora meglio esser vicine →

      quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo

      54

      e a Trespiano aver vostro confine,

      che averle dentro e sostener lo puzzo

      del villan d’Aguglion, di quel da Signa,

      57

      che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

      Se la gente ch’al mondo più traligna →

      non fosse stata a Cesare noverca, →

      60

      ma come madre a suo figlio benigna,

      tal fatto è fiorentino e cambia e merca, →

      che si sarebbe vòlto a Simifonti,

      63

      là dove andava l’avolo a la cerca;

      sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; →

      sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,

      66

      e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

      Sempre la confusion de le persone →

      principio fu del mal de la cittade,

      69

      come del vostro il cibo che s’appone;

      e cieco toro più avaccio cade

      che cieco agnello; e molte volte taglia

      72

      più e meglio una che le cinque spade.

      Se tu riguardi Luni e Orbisaglia →

      come sono ite, e come se ne vanno

      75

      di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

      udir come le schiatte si disfanno

      non ti parrà nova cosa né forte,

      78

      poscia che le cittadi termine hanno.

      Le vostre cose tutte hanno lor morte,

      sì come voi; ma celasi in alcuna

      81

      che dura molto, e le vite son corte.

      E come ’l volger del ciel de la luna →

      cuopre e discuopre i liti sanza posa,

      84

      così fa di Fiorenza la Fortuna:

      per che non dee parer mirabil cosa

      ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini

      87

      onde è la fama nel tempo nascosa.

      Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, →

      Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,

      90

      già nel calare, illustri cittadini;

      e vidi così grandi come antichi,

      con quel de la Sannella, quel de l’Arca,

      93

      e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

      Sovra la porta ch’al presente è carca →

      di nova fellonia di tanto peso

      96

      che tosto fia iattura de la barca,

      erano i Ravignani, ond’ è disceso

      il conte Guido e qualunque del nome

      99

      de l’alto Bellincione ha poscia preso.

      Quel de la Pressa sapeva già come

      regger si vuole, e avea Galigaio →

      102

      dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.

      Grand’ era già la colonna del Vaio, →

      Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci

      105

      e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. →

      Lo ceppo di che nacquero i Calfucci

      era già grande, e già eran tratti

      108

      a le curule Sizii e Arrigucci.

      Oh quali io vidi quei che son disfatti →

      per lor superbia! e le palle de l’oro

      111

      fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.

      Così facieno i padri di coloro →

      che, sempre che la vostra chiesa vaca,

      114

      si fanno grassi stando a consistoro.

      L’oltracotata schiatta che s’indraca →

      dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente

      117

      o ver la borsa, com’ agnel si placa,

      già venìa sù, ma di picciola gente;

      sì che non piacque ad Ubertin Donato

      120

      che poï il suocero il fé lor parente.

      Già era ’l Caponsacco nel merca
    to

      disceso giù da Fiesole, e già era

      123

      buon cittadino Giuda e Infangato.

      Io dirò cosa incredibile e vera: →

      nel picciol cerchio s’entrava per porta

      126

      che si nomava da quei de la Pera.

      Ciascun che de la bella insegna porta →

      del gran barone il cui nome e ’l cui pregio

      129

      la festa di Tommaso riconforta,

      da esso ebbe milizia e privilegio;

      avvegna che con popol si rauni

      132

      oggi colui che la fascia col fregio.

      Già eran Gualterotti e Importuni; →

      e ancor saria Borgo più quïeto,

      135

      se di novi vicin fosser digiuni.

      La casa di che nacque il vostro fleto, → →

      per lo giusto disdegno che v’ha morti

      138

      e puose fine al vostro viver lieto,

      era onorata, essa e suoi consorti: →

      o Buondelmonte, quanto mal fuggisti

      141

      le nozze süe per li altrui conforti!

      Molti sarebber lieti, che son tristi,

      se Dio t’avesse conceduto ad Ema

      144

      la prima volta ch’a città venisti.

      Ma conveniesi, a quella pietra scema →

      che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse

      147

      vittima ne la sua pace postrema.

      Con queste genti, e con altre con esse, →

      vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,

      150

      che non avea cagione onde piangesse.

      Con queste genti vid’ io glorïoso

     


    Prev Next
Online Read Free Novel Copyright 2016 - 2026